Afghanistan. Il presidente tedesco ammette: “Siamo lì per interessi economici"

30 Maggio 2010

di: Ferdinando Calda
f.calda@rinascita.eu

Le missioni militari in Afghanistan e in altri Paesi servono per difendere interessi economici, in particolare le esportazioni. Lo ha dichiarato senza problemi (ma scatenando accese polemiche) il presidente della Germania Horst Koehler, appena ritornato da una visita a sorpresa nel Paese centroasiatico. In un’intervista a radio Deutschlandfunk, Koehler ha fatto presente che “un grande Paese orientato all’export come la Germania deve sapere che, in caso di necessità, è necessario anche un intervento militare per difendere i propri interessi”.
In particolare, ha aggiunto, questi interessi riguardano “le libere vie di comunicazione commerciale”, ma anche “l’impedimento di instabilità di tipo regionale”. Perché, ha spiegato, queste instabilità “sicuramente si ripercuoterebbero negativamente sulle nostre possibilità in termini di commercio, posti di lavoro e salari”. “Bisogna discutere di tutto questo – ha concluso – non siamo sulla strada sbagliata”.
La dichiarazione – che per alcuni rappresenta solo una lapalissiana conferma – ha scatenato violente polemiche in Germania. Secondo Klaus Ernst, presidente della Linke (Sinistra), Koehler non ha fatto altro che “dire apertamente ciò che è impossibile negare”, in quanto in Afghanistan i soldati tedeschi “rischiano la vita per gli interessi volti all’esportazione di giganteschi gruppi industriali”.
Non la pensa così Thomas Oppermann, responsabile amministrativo della Spd (Socialdemocratici) al Bundestag, che ha voluto ricordare che la Germania in Afghanistan “non fa la guerra per gli interessi economici, ma per la nostra sicurezza”. Quindi, le parole di Koehler “danneggiano l’impegno militare all’estero della Bundeswehr”.
Sicuramente le esternazioni del presidente tedesco hanno messo in un’imbarazzante situazione Ruprecht Polenz, centrista del Cdu e presidente della Commissione Esteri del Bundestag, che si è limitato a dire che, a suo avviso, Koehler si è “espresso in modo un po’ ambiguo”. “Per dirla in maniera prudente – ha commentato – non ha usato una formulazione felice”.
Da quasi nove anni, infatti, i governi di tutti i Paesi occidentali che hanno inviato le proprie truppe in Afghanistan ripetono – soprattutto dopo ogni nuova strage di soldati – che i militari nel Paese “lavorano per la nostra sicurezza e per il bene del popolo afgano”. Non certo, affermano, per meri interessi economici.
Almeno, però, sembra che in Germania abbiano il buon gusto di chiamare “guerra” quella che stanno combattendo le truppe internazionali in Afghanistan. E non, come nel caso dei nostri governanti, “missione di pace”.
Nonostante, come scrive oggi l’Espresso, i soldati italiani siano impegnati in vere e proprie azioni di guerra. L’ultima in occasione dell’uccisone dei due alpini il 17 maggio scorso. All’alba del giorno dopo, scrive il settimanale, alpini paracadutisti, accompagnati da marines americani e commandos afgani, hanno attaccato un accampamento talibano non lontano da Bala Murghab, nella stessa zona dove era scattata la trappola contro il convoglio italiano. Un attacco in piena regola, con imboscate e bombardamenti aerei. Il tutto con l’autorizzazione del ministero della Difesa.

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